venerdì 10 aprile 2009

Partito della Rifondazione Comunista – Circolo di Urbino

Il documento del Direttivo approvato a larghissima maggioranza nell'Assemblea degli iscritti di sabato 28 marzo 2009

1. La linea di Rifondazione e le alleanze
Ormai da due cicli elettorali Rifondazione Comunista fa parte della maggioranza consiliare del Comune di Urbino ed esprime un proprio assessore. La scelta del Circolo di partecipare alla Giunta non è mai stata però una scelta strategica e definitiva. Essa non è stata dettata dall’aspirazione alla mera gestione tecnocratica dell’esistente o dall’accettazione di un primato dell’amministrazione ma ha sempre avuto una motivazione politica ed è stata funzionale ad obiettivi che il circolo si è prefissato di verificare di volta in volta. La nostra tattica di alleanze ha avuto principalmente due scopi: 1) contribuire ad uno sviluppo sostenibile della città sul piano sociale ed ambientale, a partire da una critica della monocoltura universitaria e dalla promozione di diverse e innovative attività economiche; e soprattutto 2) utilizzare la presenza all’interno delle istituzioni per radicare il partito, farne crescere il consenso e preparare in tempi medi un’alternativa, spezzando il blocco di potere imperniato sul PDS prima, sull’asse DS-Margherita e sul PD poi. Noi non stiamo in Giunta sempre e comunque ma vi stiamo se ce ne sono le condizioni e se questa scelta è vantaggiosa per il partito e i suoi ceti sociali di riferimento. E’ quanto aveva stabilito il penultimo congresso del Circolo - di fatto l’ultimo nel quale è stata discussa la linea politica locale – in continuità al quale intendiamo muoverci.
Se la prima esperienza di maggioranza (1999-2004) ha risposto in maniera complessivamente soddisfacente a queste esigenze, l’esperienza successiva (2005-2009) è stata però inadeguata. Non neghiamo i risultati parziali pur importanti ottenuti dall’attività dell’assessorato. Un bilancio rigoroso delle scelte della maggioranza, però, ci porta a dire che il partito non è riuscito a conseguire in questi ultimi anni gli obiettivi fondamentali che si era proposto. Il bilancio dell’ultima Giunta è in questo senso un bilancio negativo.

2. Il bilancio dell’ultima Giunta
Su tutte le scelte politiche più importanti, il PD ha operato in maniera autosufficiente e unilaterale, senza tener conto delle posizioni di dissenso espresse da Rifondazione: due esempi per tutti, la questione S. Lucia e quella di Marche Multiservizi. In generale, l’orientamento politico della Giunta è stato monopolizzato dal PD e si è mosso sempre più verso destra, nel solco di un modello di sviluppo arretrato e incentrato sul cemento e sulle grandi opere, in netto contrasto con gli indirizzi programmatici elaborati di comune accordo cinque anni fa. La Giunta non è riuscita inoltre ad arrestare il declino della città, che appare oggi in preda ad una crisi di identità della quale gli amministratori non sembrano avere nemmeno la percezione.
La questione decisiva del centro storico, per il quale chiedevamo politiche di incentivo al ripopolamento, non è stata affrontata, senza che per questo venissero investite più risorse nelle frazioni, le quali semmai richiedono da anni interventi che vengono sempre rinviati (vedi la questione della variante di Canavaccio). Le risorse per i servizi sociali sono state diminuite e si è fatto massiccio ricorso agli appalti. Di fronte agli attriti tra i residenti e la popolazione studentesca, il Comune ha per lo più adottato un atteggiamento di chiusura e repressione. Nessuna politica attiva ha favorito l’associazionismo diffuso, il cui apporto sarebbe invece indispensabile per una ridefinizione dell’identità della città e per la costruzione di un progetto culturale in grado di riattivare un circuito economico virtuoso. Le politiche di cittadinanza attiva da noi sollecitate con la richiesta dell’istituzione del bilancio partecipato sono state costantemente scavalcate da un atteggiamento paternalistico e persino padronale da parte del PD. Le politiche di integrazione alla base della proposta di una Consulta dei migranti e di un Consigliere aggiunto per la comunità migrante si scontrano quotidianamente con la realtà di un ghetto, quello di Ponte Armellina, lontano dagli occhi dei cittadini e dagli interessi della Giunta. Potremmo continuare a lungo, ma in ogni caso quello che emerge è il quadro di un ceto politico incapace di programmare a lunga scadenza e incline semmai a sprecare le risorse – sia economiche che culturali e ambientali - della comunità.

3. L’esigenza di una svolta
Urbino non è un’eccezione: carenze analoghe si registrano in tutte le esperienze amministrative di questa provincia. Non è un caso che il documento programmatico provinciale del PRC di Pesaro e Urbino ponga come condizione di una nuova alleanza con il PD una netta discontinuità rispetto al passato, sul quale la valutazione è dunque negativa, e insista in particolare su una svolta che riguardi le politiche pubbliche. In provincia come a Urbino, infatti, la linea del PD ha portato negli ultimi anni a una proliferazione delle esternalizzazioni dei servizi e delle funzioni comunali, per lo più tramite il sistema della costituzione delle SPA e degli appalti al ribasso, con un grave peggioramento della qualità dei servizi e delle condizioni di lavoro, insieme a un aumento netto del costo per gli utenti. Giustamente, l’organo provinciale del PRC chiede perciò un’inversione di rotta sostanziale: l’aspirazione di Rifondazione, viene detto, non è quella di ridurre il danno o di costruire semplicemente un argine unitario all’avanzata delle destre. E’ chiaro infatti che un atteggiamento passivo e di semplice resistenza potrebbe fermare il PdL e la Lega nei nostri territori ancora per qualche anno ma, assecondando le disastrose politiche del PD, ne assicurerebbe la vittoria certa al prossimo giro e per un lungo periodo.
Del resto, si tratta di una posizione in sintonia con i deliberati del Congresso di Cianciano. Ha detto di recente il segretario nazionale Paolo Ferrero: «Credo che il nostro progetto politico debba essere non solo in concorrenza ma alternativo a quello del PD. Non vi è la possibilità di produrre in questo paese una significativa trasformazione sociale se non riusciamo a battere l’ipotesi di gestione della modernizzazione capitalistica che costituisce il punto decisivo della costruzione del PD». Ecco allora che «qualsiasi progetto di aggregazione deve quindi prima affrontare il tema della propria collocazione politica. Io penso che noi non siamo l’estrema sinistra del centro sinistra ma dobbiamo costruire un polo politico autonomo».
Se così stanno le cose, il problema si pone allora in questi termini: sono realisticamente pensabili quella discontinuità e quella svolta nelle politiche pubbliche – discontinuità e svolta che sarebbero la garanzia della nostra autonomia - a partire da una nuova alleanza con il PD? Che possibilità ci sono che il PD pubblicizzi oggi ciò che ha privatizzato in passato? E’ un problema sul quale richiamiamo l’attenzione della stessa Segreteria provinciale, che invitiamo a passare dalle tesi astratte alla pratica concreta di ciò che essa stessa dice, evitando di identificare la discontinuità con la mera assegnazione di responsabilità gestionali a amministratori indicati dal PRC.

4. E’ possibile una svolta insieme al PD?
Non siamo a priori contrari a misurarci con il potere e con il governo degli enti locali e riteniamo che un partito comunista debba essere in grado di confrontarsi anche con questi problemi. Per un partito come il nostro, però, essi si pongono in maniera diversa da ogni altro partito e la semplice partecipazione al governo non basta. Un partito comunista può e deve governare nella misura in cui ottiene risultati e, soprattutto, nella misura in cui questi risultati non sono fini a se stessi ma migliorano in maniera sensibile e riconoscibile le condizioni di vita dei lavoratori ponendo le condizioni per una trasformazione ulteriore. Nulla di tutto ciò è accaduto in questi anni. Nessuno di questi risultati è stato raggiunto quando ancora il partito poteva vantare una forza dignitosa attorno all’8% (e assieme al PdCI le forze comuniste superavano il 10%). Riteniamo perciò irrealistico e persino illusorio pensare che risultati migliori – o addirittura la pretesa svolta nelle politiche pubbliche – possano essere ottenuti adesso che il partito si è indebolito.
Chi vuole oggi rinnovare senza condizioni l’alleanza con il PD ha in realtà un unico argomento: il ricatto morale fondato sulla paura che vinca il centrodestra. Si tratta però di un argomento poco efficace. In primo luogo perché a Urbino è estremamente improbabile che ciò accada, visto che il PD supera già da solo il 50% dei voti ed ha comunque già preparato un’eventuale alleanza con l’UDC. Ma è sbagliato soprattutto perché, come dicevamo prima, altri cinque anni di un governo della città simile a quello di Franco Corbucci, lungi dal fermare le destre, ne preparerebbero il definitivo trionfo.

5. Le difficoltà di Rifondazione a Urbino
Rifondazione Comunista esce da questa esperienza estremamente logorata. Più volte abbiamo criticato le decisioni sbagliate della Giunta ma queste critiche non sono mai state tenute in considerazione dai nostri alleati. Nonostante le ripetute sconfitte, il partito non ha mai avuto l’intenzione né la forza di trarne le conseguenze necessarie ed è rimasto in maggioranza adeguandosi sistematicamente alle scelte prese dal partito più forte. Per questo motivo, Rifondazione viene oggi percepita da molti cittadini come una forza residuale, subalterna al PD e sostanzialmente interna agli equilibri di potere che questo partito gestisce. Invece di mettere in discussione questo sistema di potere - fondato su una ramificata rete di controllo del territorio che passa attraverso il presidio degli enti locali e dei loro organismi collaterali, dei sindacati, delle cooperative - Rifondazione ne è diventata succube. L’ambizione di “governare i processi”, infatti, se non è sorretta da un’adeguata forza e da un solido radicamento sociale, si rovescia facilmente nel suo opposto: il partito viene governato da processi più forti di lui e alla lunga ne viene snaturato e corrotto. Proprio una valutazione dei rapporti di forza esistenti ci induce perciò a ritenere controproducente rinnovare oggi l’alleanza con il PD.
Va inoltre rilevato che l’appiattimento del partito su funzioni meramente amministrative e tecnocratiche ha portato a un grave deficit di iniziativa politica. Nessuna iniziativa significativa è stata svolta da molti anni a questa parte. Il lavoro nel sociale è stato mortificato dall’esigenza di garantire sempre e comunque la presenza nella Giunta e questo ha demotivato i compagni impedendoci di interpretare adeguatamente i problemi della città. Alla lunga, le esigenze dell’amministrazione hanno completamente fagocitato la linea politica.

6. La crisi economica
A questo quadro si aggiunge l’impatto che la crisi economica sta già avendo nel nostro territorio. Mancati rinnovi dei contratti a tempo determinato, cancellazione delle collaborazioni a progetto, licenziamenti, aumento esponenziale della cassa integrazione: un intero modello di sviluppo fondato sulla piccola e media impresa entra in crisi mentre gli enti pubblici sono incapaci di assorbire il lavoro in eccesso e di sostenere adeguatamente i lavoratori in difficoltà. La crisi globale di sovrapproduzione sta per avere effetti devastanti a livello locale e tutto ciò determina già adesso l’emergere di contraddizioni e conflittualità che nascono nel rapporto tra capitale e lavoro e rispetto alle quali il partito si deve attrezzare per meglio poterle intercettare ed interpretare. Nulla sarà più come prima dopo la crisi e se non ci sarà un partito comunista pronto a incontrare il disagio sociale e a contrastare questo feroce attacco al mondo del lavoro, il rischio è che queste contraddizioni sfocino in una terribile guerra tra poveri – e tra bianchi e neri – con imprevedibili e catastrofiche conseguenze.

7. Ristabilire la linea politica: l’unità dei comunisti e l’impegno nel mondo del lavoro e nei conflitti sociali
Proprio per queste considerazioni, proponiamo una ricollocazione di Rifondazione Comunista nel quadro politico locale, sulla base di un progetto politico che intende riattualizzare la linea storica del Circolo affermata al penultimo congresso. Rompere il collateralismo rispetto al PD e porre il partito come alternativa non significa infatti fuoriuscire dalla politica ma, semmai, fare le scelte giuste per rientrarvi in maniera diversa. E cioè per riconquistare quel consenso che potrebbe aiutarci a modificare in maniera significativa i rapporti di forza dati.
A questo fine, è necessario anzitutto avviare un processo di riavvicinamento tra le forze comuniste di questa città. La lista unitaria dei comunisti per le elezioni europee è un’esperienza che vogliamo proporre anche alle elezioni amministrative di Urbino. La costruzione di una forza comunista più solida, secondo il percorso che il partito si è dato al livello nazionale, sarà poi la premessa per costruire anche una sinistra più ampia e più capace di incalzare criticamente l’amministrazione. Una sinistra - che comprende soggetti politici, come SD, ma anche il mondo dell’associazionismo (Legambiente, Mondo Solidale) e le forze del movimento studentesco – rispetto alla quale i comunisti saranno il perno e della quale la nostra città ha urgente bisogno.
E’ necessario, inoltre, che il partito riorienti completamente la sua attività. Abbiamo a lungo trascurato il mondo del lavoro perché la nostra presenza nell’amministrazione sembrava esonerarci da questo impegno. Al contrario, il centro dell’attività del partito deve essere ora ricollocata esattamente in questo ambito. Una ricognizione della crisi delle attività produttive è indispensabile, al fine di individuare i punti più importanti del disagio sociale e del potenziale conflitto. A partire da ciò, il partito dovrà entrare in contatto con i lavoratori precari, con quelli licenziati, cassintegrati o in nero. Dovrà promuovere la costituzione di comitati dei lavoratori e farsi organizzatore di vertenze nel confronto con le istituzioni e con i datori di lavoro. Nelle fabbriche attorno alla città cresce oggi la paura ma queste fabbriche, questi lavoratori in carne ed ossa, Rifondazione non li conosce perché non li ha mai incontrati. Anche nel settore pubblico il disagio aumenta: numerosi sono i precari dell’Università, sia nel settore tecnico-amministrativo che tra i docenti; altrettanto numerosi sono i precari dell’Ersu, mentre addirittura centinaia sono i lavoratori e le lavoratrici delle cooperative, sfruttati, sottopagati e costretti ad accettare un lavoro spesso dequalificante per un salario da fame. Non osiamo poi immaginare cosa accadrà l’anno prossimo con le graduatorie scolastiche.
Questo è il mondo reale nel quale dobbiamo radicarci. Ma la nostra attenzione dovrà rivolgersi anche al nuovo proletariato che sta alle porte della città, ai migranti - regolari e non - dei quali dobbiamo favorire l’integrazione cominciando con lo spiegare ai nostri stessi compagni che non c’è conflitto tra povero e povero ma che i più deboli devono stare insieme e uniti contro coloro che sono più potenti. Allo stesso modo, vanno inoltre ridefinite le azioni del partito verso i giovani e gli studenti. Un’intera generazione prende oggi consapevolezza del fatto che un avvenire di precarietà e incertezza la attende e che lo smantellamento del sistema di formazione pubblica da parte del governo rende ancora più labili le loro prospettive di vita. Affrontare il problema di un radicamento tra le giovani generazioni della città, a partire dalle scuole superiori e dall’Università, è dunque per il partito un problema vitale.

8. Conclusioni
Ci si accusa di volerci sottrarre a un confronto con il PD e di voler rompere senza motivo l’alleanza. Le cose, però, non stanno affatto così. Sono almeno 3 anni che ci confrontiamo quotidianamente con il PD e questo confronto ha sempre avuto un esito negativo: dovrebbe essere chiaro che il modello di sviluppo che noi immaginiamo per questa città non è compatibile con quello proposto dal PD.
Nonostante questo, noi siamo pronti a confrontarci ancora e fino all’ultimo minuto possibile con tutte le forze politiche. Ma vogliamo un confronto vero e non una finzione, una trattativa nella quale è già stato deciso in anticipo che ci sarà un accordo. La differenza dentro questo circolo, perciò, è tra chi vuole un confronto serrato, un confronto duro che ponga condizioni irrinunciabili e verifichi le condizioni di una discontinuità reale, e chi propone invece un confronto finto, perché già da tempo è pronto ad un accordo senza condizioni e senza svolta.
Proprio per questo, il Direttivo intende incontrare nei prossimi giorni tutte le forze politiche del centrosinistra per poi decidere la collocazione del Partito alle prossime elezioni comunali.